Voglio raccontarvi del mio primo a bacio. Voglio dirlo a voi perchè siete gli unici di cui mi fido e spero non mi giudicherete.
Ho 17 anni, tra un mese ne faccio 18. Ebbene il mio primo bacio l’ho ricevuto solo l’altro ieri. Ero in Germania. Ero lì per uno scambio culturale. Avevo conosciuto questo ragazzo ad Ottobre, quando lui è venuto a Roma. Sin dal primo momento mi è piaciuto, ma allo stesso tempo non avrei mai osato illudermi per l’ennesima volta. Volevo rimanergli distante, ma così non è stato. Tramite i miei compagni di classe che amano prendersi gioco di me, lui è venuto a sapere che mi piaceva. Una sera in spiaggia si sedette affianco a me. Ero ubriaca e lui voleva assicurarsi che stessi bene. Ero ubriaca, ma pur sempre spaventata all’idea che lui pensasse che mi piacesse. Non volevo sembrare l’idiota innamorata della situazione.
Passa la settimana e lui va via. Torna in Germania. Mi scrive parecchie volte al giorno quasi tutti i giorni per 4 giorni. Poi mi rivela che lui aveva voglia di baciarmi, ma non lo aveva fatto per timidezza.
Mi sentivo così felice. Ero persa. Mi stavo illudendo. Ma cazzo, ero felice.
Dopo nemmeno una settimana arriva una bella notifica su facebook che mi annuncia del suo fidanzamento con una certa tedesca.
Ero stata una stupida ad illudermi. Lui era proprio un bel ragazzo e io… beh ero io.
Dopo un po di mesi mi riscrive dato che ovviamente la storia con quella era finita.
Arriva Maggio. Tocca a me andare in Germania.
Ero in aereoporto quando poi mi sento abbracciare da dietro. Mi ero scordata come si volava nei suoi occhi azzurri cielo.
Avevo affrontato ben 2 ore e mezza di volo in aereo, ma tra quelle braccia volavo, e in quegli occhi azzurro cielo ci precipitavo.
Le prime serate le passavamo in disparte.. Non andavamo alle stesse feste. Dalle terza serata girava voce che lui avesse detto “a prescindere da tutti e tutto voglio che Sara passi le serate con me”.
La sera dopo finalmente eravamo insieme.
Quella stessa sera i miei “amici” continuavano a fare i coglioni finchè lui non gli risponde dicendo un semplice “NON MI PIACE.”
Sbam. Mi era crollato il mondo addosso. Mi sentivo un fallimento. Una stupida illusa.
Dopo meno di un’ora lui esce fuori dal pub con me e mi chiede di sedermi affianco a lui. Parliamo del più e del meno. si arrabbia perche fumo e mi arrabbio perche beve. Mi ruba le sigarette. Gli tolgo la birra da mano. Afferra la birra con una mano e con l’altra intreccia le mie dita tra le sue. Rimango un po spaesata. pensavo di non piacergli, eppure mi teneva la mano.
Dopo un breve silenzio lui mi chiede “Non ti piace se bevo?”
“No.”
“Ma ti piace se ti stringo la mano..?”
“Well, i do.” rispondo.
L’inglese non è mai stato il mio forte ma con lui bastava uno sguardo per dire molto più di mille parole.
Dopo 10 minuti seduti a stretto contatto sento che un mio amico ha vomitato per il troppo alcol. Mi scuso con il ragazzo tedesco e vado ad aiutare il mio amico. Dopo pochi secondi vedo che il ragazzo si era alzato dalla panchina per aiutarmi col mio amico. Gli dico che è tutto ok e lui mi chiede se voglio andare a fare un giro. aveva sempre la sua birra in mano. Dopo 10 metri trova un muretto, ci si poggia e mi tira a sè. Beve ancora birra.
“Smettila cavolo, ti fa male bere”
E lui fissandomi risponde “Mi fa male bere?”
“Si.” insisto.
“Sai cosa mi fa bene invece?”
Finita la sua domanda le sue labbra toccarono le mie e in quel momento, tutti i miei problemi svanirono e il mio senso di completezza fu appagato. Una sensazione che ancora oggi non riesco a spiegarmi.
La sera dopo fu un secondo round di baci e sorrisi.
La sera dopo ancora, il match era diverso. C’erano le mie lacrime sul ring, in una lotta tra cuore e testa. Ero all’aereoporto. Con lui. Di nuovo. Ma per dirci addio.
— Provaavolare (via provaavolare)
ragazzaspensierata:

Scrissi Summertime Sadness quando morì la mia migliore amica.
Io e Judy alle medie ci detestavamo, lei era la bulla della scuola mentre io la sfigata emarginata.
Ricordo che una volta ci picchiammo ed io tornai a casa con un occhio nero e un labbro spaccato.
In quel periodo stavo prendendo una brutta strada, solo l’orgoglio mi impediva di tagliarmi le vene con le fobici, solo l’orgoglio.
Credevo in un’America inesistente, in quella che guardavo nei film in bianco e nero degli anni sessanta.
Amo gli anni sessanta.
Alle superiori iniziai a fumare erba, solo così riuscivo a sentire qualcosa.
Mi sentivo vuota e inesistente, ma sentivo, solo con la marijuana, sono stata una stupida.
Judy fumava da qualche anno più di me, aveva una famiglia che cadeva a pezzi alle spalle mentre io mi sentivo persa nonostante le regole rigide imposte da mia madre.
Diventammo migliori amiche l’estate del secondo anno di superiori.
La incontrai in una taverna nel bel mezzo del deserto.
Ero in vacanza, ero partita da sola con due uomini più grandi di me di cinque anni, e li incontrai Judy, sola al bancone a bere una birra.
Non so perché quel giorno mi guardò con aria diversa dal solito, vedevo la stima e il rispetto nei suoi occhi, era diversa, forse non era fatta.
Diventammo amiche e insieme ci ripulimmo, lasciammo il giro delle vecchie amicizie e iniziammo a vivere un’avventura tutta nostra.
A volte bevevamo ma non andavamo oltre ne col fumo ne con gli sconosciuti.
Furono gli anni più felici.
Capii che potevo diventare la donna anni degli anni sessanta che imitavo davanti la tv ogni sera, potevo avere la migliore amica del mondo, la più stramba.
Finite le superiori decidemmo di iscriverci insieme all’universtà, lei era una ballerina mentre io cantavo e così decidemmo di mettere su un duo per guadagnare qualche soldo extra.
La gente applaudiva alle nostre performance, gli studi andavano alla grande, avevamo tutto, la libertà, e quando possiedi quella possiedi tutto.
Morì l’estate del terzo anno di college, un incidente d’auto.
Morì con l’uomo della sua vita, lontano da me.
Era luglio, dovevamo andare a un festival del rock, lei sarebbe passata a prendermi col suo ragazzo, poi saremmo andate a prendere il mio.
Quel pomeriggio lei non arrivò.
Tornai a casa per chiamarla, avevo dimenticato il cellulare, e vidi diciannove chiamate perse e tre messaggi.
Judy era morta, il suo corpo era irriconoscibile, la sua bellezza era svanita.
Non penso di aver mai pianto tanto in vita mia, osservai il funerale da lontano, convinta di essere sola di nuovo, sola e incapace.
Smisi di cantare per due anni, all’università non parlavo con nessuno, lasciai gli studi e mi diedi all’alcol.
Ruppi ogni rapporto col mio fidanzato e me ne stetti sola per un po’.
Avevo scritto una poesia in suo onere da leggere al funerale ma non riuscii nemmeno ad avvicinarmi alla bara, non riuscii a guardare negli occhi sua madre disperata.
Quella poesia divenne Summertime Sadness, divenne l’inno della nostra amicizia.
La poesia recitava qualcosa come ‘‘tu sei la mia estate, mi fai sentire viva, come calda si sente la pelle sotto il sole’’, ma decisi di omettere questa parte.
Sono anni ormai che non piango più per la sua morte perché lei non vorrebbe, lei che aveva tentato il suicidio mille volte, lei che si gettava in mare da altezze allucinanti, lei non avrebbe voluto.
Lei era nata per morire, lei non sentiva niente proprio come me, e per quanto avessimo insieme superato ogni tipo di ostacolo, lei non si sentiva viva abbastanza, lei forse quell’incidente lo voleva, forse si è lasciata morire.
Judy sapeva che morendo la nostra amicizia non sarebbe finita, sapeva che sarebbe diventata il sole che riscalda il mio viso d’estate.
Judy era imprevedibile, era troppo persino per se stessa.
Ogni volta che canto Summertime Sadness lei vive, è al mio fianco, io indosso un vestito rosso, mi acconcio i capelli, e vado avanti per la mia strada, lei guiderà il mio cammino, proteggerà la mia vita.
-Lana Del Rey

Madonna santa.

ragazzaspensierata:

Scrissi Summertime Sadness quando morì la mia migliore amica.
Io e Judy alle medie ci detestavamo, lei era la bulla della scuola mentre io la sfigata emarginata.
Ricordo che una volta ci picchiammo ed io tornai a casa con un occhio nero e un labbro spaccato.
In quel periodo stavo prendendo una brutta strada, solo l’orgoglio mi impediva di tagliarmi le vene con le fobici, solo l’orgoglio.
Credevo in un’America inesistente, in quella che guardavo nei film in bianco e nero degli anni sessanta.
Amo gli anni sessanta.
Alle superiori iniziai a fumare erba, solo così riuscivo a sentire qualcosa.
Mi sentivo vuota e inesistente, ma sentivo, solo con la marijuana, sono stata una stupida.
Judy fumava da qualche anno più di me, aveva una famiglia che cadeva a pezzi alle spalle mentre io mi sentivo persa nonostante le regole rigide imposte da mia madre.
Diventammo migliori amiche l’estate del secondo anno di superiori.
La incontrai in una taverna nel bel mezzo del deserto.
Ero in vacanza, ero partita da sola con due uomini più grandi di me di cinque anni, e li incontrai Judy, sola al bancone a bere una birra.
Non so perché quel giorno mi guardò con aria diversa dal solito, vedevo la stima e il rispetto nei suoi occhi, era diversa, forse non era fatta.
Diventammo amiche e insieme ci ripulimmo, lasciammo il giro delle vecchie amicizie e iniziammo a vivere un’avventura tutta nostra.
A volte bevevamo ma non andavamo oltre ne col fumo ne con gli sconosciuti.
Furono gli anni più felici.
Capii che potevo diventare la donna anni degli anni sessanta che imitavo davanti la tv ogni sera, potevo avere la migliore amica del mondo, la più stramba.
Finite le superiori decidemmo di iscriverci insieme all’universtà, lei era una ballerina mentre io cantavo e così decidemmo di mettere su un duo per guadagnare qualche soldo extra.
La gente applaudiva alle nostre performance, gli studi andavano alla grande, avevamo tutto, la libertà, e quando possiedi quella possiedi tutto.
Morì l’estate del terzo anno di college, un incidente d’auto.
Morì con l’uomo della sua vita, lontano da me.
Era luglio, dovevamo andare a un festival del rock, lei sarebbe passata a prendermi col suo ragazzo, poi saremmo andate a prendere il mio.
Quel pomeriggio lei non arrivò.
Tornai a casa per chiamarla, avevo dimenticato il cellulare, e vidi diciannove chiamate perse e tre messaggi.
Judy era morta, il suo corpo era irriconoscibile, la sua bellezza era svanita.
Non penso di aver mai pianto tanto in vita mia, osservai il funerale da lontano, convinta di essere sola di nuovo, sola e incapace.
Smisi di cantare per due anni, all’università non parlavo con nessuno, lasciai gli studi e mi diedi all’alcol.
Ruppi ogni rapporto col mio fidanzato e me ne stetti sola per un po’.
Avevo scritto una poesia in suo onere da leggere al funerale ma non riuscii nemmeno ad avvicinarmi alla bara, non riuscii a guardare negli occhi sua madre disperata.
Quella poesia divenne Summertime Sadness, divenne l’inno della nostra amicizia.
La poesia recitava qualcosa come ‘‘tu sei la mia estate, mi fai sentire viva, come calda si sente la pelle sotto il sole’’, ma decisi di omettere questa parte.
Sono anni ormai che non piango più per la sua morte perché lei non vorrebbe, lei che aveva tentato il suicidio mille volte, lei che si gettava in mare da altezze allucinanti, lei non avrebbe voluto.
Lei era nata per morire, lei non sentiva niente proprio come me, e per quanto avessimo insieme superato ogni tipo di ostacolo, lei non si sentiva viva abbastanza, lei forse quell’incidente lo voleva, forse si è lasciata morire.
Judy sapeva che morendo la nostra amicizia non sarebbe finita, sapeva che sarebbe diventata il sole che riscalda il mio viso d’estate.
Judy era imprevedibile, era troppo persino per se stessa.
Ogni volta che canto Summertime Sadness lei vive, è al mio fianco, io indosso un vestito rosso, mi acconcio i capelli, e vado avanti per la mia strada, lei guiderà il mio cammino, proteggerà la mia vita.
-Lana Del Rey

Madonna santa.

Anonimo said:
Se hai voglia racconta la tua storia ;)

itsparanoidqueen:

quando ero piccola ero una bambina felice

O almeno, questo è quello che dice mia madre. Sempre allegra, estroversa, mai timida. Questo fino all’asilo, dove iniziarono le prime esclusioni. Che continuarono alle elementari. Alle medie.

Mia madre mi diceva sempre che ero grassa, che dovevo mangiare meno, ma io me ne fregavo e mangiavo. Non era un problema per me. Fino a quando non ho iniziato a crescere.

Se tu avessi dovuto chiedermi come potevo descrivermi, avrei sempre riposto grassa. Non per finta modestia o ipercriticismo. Solo per un dato di fatto. Non piacevo a nessuno. Troppo timida, non bella, senza seno, senza tutte quelle cose che attraggono tanto. Preferivo stare con me stessa.

Sopravvivevo, tra delusioni e lacrime tiravo avanti. Un po’ come ogni tipica adolescente standard qualsiasi.

Poi arrivarono le superiori, ed arrivò LUI.

Lo notai subito, il primo giorno di scuola. Bello, tanto, troppo. Uno di quelli che vedi sulle copertine o nei film, con i capelli castano chiaro e gli occhi che ti tolgono il respiro. Alto, altissimo. Bello, bellissimo.

Iniziai ad informarmi su di lui. Scoprii il suo nome, scoprii che veniva dalla Polonia. Scoprii le sue passioni, ed alla fine l’occasione si presentò. A scuola ci fu autogestione, ed assieme ad un’altra ragazza con cui avevo legato iniziammo a parlare con lui. Inutile dire che lui preferì lei a me.

Però fui io, e non lei, a scrivergli su Facebook. Non so come feci. Forse un attacco di sicurezza estrema. Iniziammo a parlare, a salutarci in corridoio. Iniziò a cercarmi lui per primo. Ero in una favola, e lui era il mio principe azzurro.

La prima volta che mi chiese di uscire credevo di morire. L’occasione si presentò solo in capo a due settimane, ma a me andava bene. Era il primo ragazzo in tutta la mia vita che mi invitava ad uscire, non riuscivo a realizzare che stesse accadendo a me.

Mi baciò. Eravamo ad un parco giochi, da soli, e lui mi disse che gli piacevo. Io rimasi congelata, e lui mi chiese se poteva baciarmi. Io andai nel panico, balbettai un ‘si. no. io.. non sono capace.’ Lui scoppiò a ridere, e mi baciò. In quel momento mi squillò il telefono, ed il mio primo bacio l’ho dato come in un film. Con Hall Of Fame in sottofondo.

I giorni che seguirono furono i più belli del mondo. Avevo lui. Lui era mio. Mi cercava alle ore di buca, mi rincorreva sulle mura, mi scriveva durante le lezioni. Mi disse che ero bellissima, che non gli era mai importato di nessuna quanto gli importava di me, che era bello avermi trovata.

Era tutto luminoso come una stella cadente. Però poi la stella cadente scompare, e tu ti ritrovi abbagliata da una luce che non c’è più.

Mi lasciò in un piovoso lunedì, con un messaggio su Facebook. Non ci siamo più parlati per mesi dopo quel giorno.

Io stavo bene all’inizio, davvero. C’ero stata male, ma non più di tanto alla fine. Poi un giorno mi vennero in mente le sue parole di una sera

-Sai, c’è uno di classe mia che ha detto che gli piaci

-Davvero? Chi?

-Perché lo vuoi sapere? Tanto lui fuma, non ti interessa, e poi tu sei mia

Matteo. Ecco chi era quel ragazzo che vedevo per i corridoi a ridere. Quello che fumava sulle scale antincendio, quello che si atteggiava a bullo ma bullo non lo era affatto. Iniziai a scrivere pure a lui, dopo due mesi che Jonathan mi aveva lasciata. Iniziammo a conoscerci iniziai a prendermi una cotta. Finché..

FInché Jonathan iniziò a mettere in giro voci che io mi ero messa con lui solo per arrivare a Matteo. Dopo queste voci, lui smise di rispondermi. Iniziarono ad insultarmi, iniziarono ad arrivarmi messaggi anonimi sul telefono. Messaggi da parte di Jonathan, che dicevano che si era messo con me solo perché voleva stare con qualcun, che non sarei mai piaciuta a nessuno, che nessuno mi avrebbe mai voluta.

Le persone parlano, ma se sai che sono solo parole non ci fai caso. Il problema è quando le cose che ti vengono dette le pensi anche tu stessa in primis.

Iniziai a tagliarmi. Due mie amiche lo scoprirono. Volevano aiutarmi, ma non sapevo aiutarmi neanche era sola. Era marzo credo. Anche Matteo lo scoprì, e si scusò. Disse che era stato un cretino, che aveva creduto alle parole altrui. Io stavo male, avevo attacchi di panico, odiavo Jonathan ed allo stesso tempo ancora lo amavo con tutta me stessa e non sopportavo l’idea che prima mi volesse nella sua vita ed adesso volesse cancellarmici.

Matteo mi chiese di uscire. E tre giorni dopo si mise con una. Mi sentii morire. Continuavo a tagliarmi, mi chiedevo come avrei fatto in estate. Avevo un sacco di cicatrici sul braccio sinistro, sulle caviglie. Non sapevo cos’altro si sarebbero inventati su di me, non sapevo cosa fare. Mi sentivo un errore, e sentivo che avevano ragione ad odiarmi. Io stessa mi ero piaciuta solo quando era Jonathan a dirmi che gli piacevo.

Matteo la lasciò, e mi disse che lo aveva fatto per me. Ricominciammo a sentici, ricominciai a credere che potesse succedere qualcosa. E BAM si mise con una troia, ma troia davvero. Una che il mese prima andava con sette ragazzi in contemporanea. Una che solo a vederla per strada ti chiedevi ‘ma è vestita o cosa?’

Di nuovo ero stata scelta e poi scartata. C’è chi dice che non essere mai scelti è la cosa peggiore. Io vi dico invece che vedere ogni volta le proprie speranze andare in frantumi ogni volta è molto peggio.

Fu verso marzo che per la prima volta smisi di mangiare. Persi sette chili, ma mia mamma mi disse che ero dimagrita troppo. Mi stabilizzai attorno ai 58 chili, anche perché più in giù non riuscivo ad andare. Volevo parlare con Jonathan, ma lui scappava. Una volta lo aspettai all’uscita, e lui mi lasciò in lacrime davanti all’ingresso. Alla fine gli scrissi su Facebook, e gli dissi tutto. Gli dissi che mi ero tagliata, che avevo paura, che quando avevo perso lui avevo perso tutto. Si scusò, e la scuola finì.

L’ultimo giorno doveva essere IL GRANDE giorno. Matteo lasciò la sua ragazza, e nel pomeriggio mi scrisse. Quello fu il giorno in cui provai a fumare per la prima volta.

Era estate. Verso luglio nuovamente iniziai a rimettermi a dieta, con l’idea di arrivare a 55 chili e poi fermarmi. Buttavo del cibo di nascosto. Le cicatrici sulle braccia le coprivo come potevo, con fondotinta e cipria, e diciamo che avevo quasi smesso di farlo. Matteo mi aiutava. Poi si rimise con QUELLA.

Andai ad un campeggio che doveva aprirmi una nuova strada. Non conoscevo nessuno, se non la mia ex migliore amica delle elementari, Bianca. Arrivata al campeggio della GMG scoprii che in realtà conoscevo anche un gruppetto, formato da alcuni ragazzi che erano stati alle medie con me. Feci da tramite per l’inserimento di Bianca nel gruppo, ma lì iniziò il dramma. Lei entrò, mentre io non venni mai accolta. Mi tiravano dietro come zavorra, solo perché Bianca andasse con loro. Perché no? Lei era ciana, spigliata, aperta, divertente. Ci sapeva fare con i ragazzi. Marco, Samuele e Daniel, questi i loro nomi. Io mi ero presa una minicotta per Daniel. Ma al terzo giorno, loro due si stavano già allegramente sbaciucchiando.

Ero distrutta. Avremmo dovuto dormire tutti assieme, ma io con loro non potevo stare. Non avevo dove dormire, non avevo amici, non avevo nessuno. Scappai. Iniziai a graffiarmi le braccia, era buio, nessuno vedeva niente, ero sola e volevo solo farmi del male, far passare il dolore dentro. Matteo non mi voleva, Daniel non mi voleva, Jonathan mi aveva buttata via,  prima di loro c’era stato Alberto e prima ancora Luca. Nessuno che mi avesse scelta, nessuno a cui fossi andata bene. Lì iniziai con fermezza a smettere di mangiare.

La mattina dopo mi chiesero che avessi fatto alle braccia. Dissi che mi aveva dato allergia l’erba sulla quale alla fine ero andata a dormire, e che mi ero grattata.

Nulla era più come prima.

Avevo fatto tutto per loro, per farmi accettare. Loro fumavano, anche io avevo iniziato a fumare. Parlavano di certi argomenti, si comportavano in un certo modo, ed anche io mi omologai. Mi sentivo così stupidamente deliziata all’idea di ESSERE IN UN GRUPPO che cercavo di ignorare il fatto che stessi tutta la sera da sola con una sigaretta tra le dita, a fissare il profilo di Daniel nel buio ed a pensare.

Dopo quello cui fu un altro campeggio, ed anche lì stessa storia. Mi portai dietro Bianca, che si integrò subito. Io rimasi in disparte, troppo insicura e troppo timida e non abbastanza bella e non abbastanza  magra. Anche allo scorso campeggio mettermi in costume era stato un dramma, poi fortunatamente mi venne il ciclo e ebbi una scusa per non farlo.

Ci fu una foto, scattata da mio padre. Fu allora che mi vidi. Ero enorme. Enorme. Non potevo farci nulla se ero nata brutta, ma almeno non sarei più stata chiamata grassa.

Arrivai a 55 chili con un po’ di sforzo, ma allo specchio non cambiava nulla. Matteo mi riscrisse. Mi disse che aveva capito che ero l’unica che veramente teneva a lui, che era stato un cretino, che non sarebbe mai più successo come in passato. Io ripensavo alla sua classe che mi guardava con odio, alle parole cattive, ma mi dicevo ‘assieme supereremo anche questo’.

Il giorno prima dell’inizio della scuola mi scrisse ‘forse è meglio che rimaniamo solo amici’. Lo odiai, non potete sapere quanto lo odiai e quanto odiai me stessa perché anche stavolta non ero riuscita a tenermelo.

Mi misi come obbiettivo 53 chili. Una mia compagna, che cercava di dimagrire nello stesso mio modo, lo sapeva, e collaboravamo coprendoci a vicenda. Rividi Jonathan, e come un segno venimmo assegnati nella stessa classe di laboratorio. C’è chi non crede nel destino, ma ammetto che quanto mi torna comodo io interpreto i segni come qualcosa di prestabilito.

Ero innamorata. Potevo fingere od ignorarlo o prendermi cotte per tutti ragazzi che volevo, ma era bastato rivederlo che avevo mandato tutto a fanciullo. Lo volevo. Volevo lui, lui solo. Un giorno all’uscita gli scrissi, gli dissi che dovevo parlargli. Mi aspettò all’uscita, e glielo dissi. Lui mi disse che se mi faceva stare bene avevo fatto bene a dirglielo, e se ne andò, lasciandomi sola e portando si via ogni speranza.

Non avevo più scelta. Volevo dimagrire, volevo essere bella, volevo che qualcuno mi cercasse, volevo che LUI mi cercasse di nuovo. Da settembre iniziai a vomitare. Vomitavo tutte le sere, dopo cena. I 53 chili arrivarono, ma non era abbastanza.

Finché mia madre  non mi pesò.

Era già un po’ che mi stressava che stavo dimagrendo troppo, ma le dicevo che non era vero. Ma quando sulla bilancia lesse ‘52 kg’ mi portò dritta da una psicologa ed un medico. La psicologa si rivelò una perfetta incapace, che tutt’ora mia madre odia per non aver capito che mi stava solo lasciando andare avanti per la strada che avevo preso.

Iniziò a controllarmi a tutti i pasti, a costringermi a mangiare. Scoprì che vomitavo, ed iniziò a venire in bagno con me. Nonostante tutto, io dimagrivo. Iniziai a restringere sempre di più le quantità, che però erano enormi ugualmente. Arrivata a 50 chili, non avevo più un obbiettivo. Volevo solo scendere, scendere il più possibile fino a quanto fossi riuscita ad arrivare. Così si andò avanti fino a capodanno, quando i miei mi diedero il permesso di andare ad una festa organizzata dal ragazzo di una mia amica. Eravamo pochi, e tra loro c’era anche Jonathan. Ci speravo, speravo che quella sera, tra alcol e roba varia (erba soprattutto. In quei mesi non ci ero affatto andata leggera) finalmente mi avrebbe baciata di nuovo. Sognai quella scena tante e tante volte nei giorni precedenti. Comprai il mio primo vestito, e mia madre mi aiutò a prepararmi. Ricordo che mi costrinse a mangiare un pezzo di sformato con la minaccia di non farmi uscire, perché non si fidava che avrei mangiato. Cosa che non feci, infatti.

Prima che mi scoprisse stavo bene. Digiunavo tranquillamente tutto il giorno fino a cena, dove vomitavo, e non sentivo né fame né sofferenze.

Da capodanno iniziò l’inferno. Fu quella sera che capii che a Jonathan non importava più nulla di me, forse solo se fossi morta mi avrebbe rivista. Quindi cercai di morire, probabilmente.

A Gennaio fui presa dalla depressione, che mi perseguita ancora oggi dopo cinque mesi. I medici dicono che la avevo già prima, ma a gennaio divenne molto più pronunciata. Mia madre mi portò da una nutrizionista, bravissima e che io ancora oggi stimo molto. Ma dopo tre settimane rinunciò, dovendo che io continuavo a restringere sempre di più le porzioni. Oramai a cena arrivavo a stento ad un cucchiaio di ogni cosa che mi veniva servita, e poi andavo nel panico. Iniziavo a piangere ed urlare e dire che ero una persona orribile, che non dovevo e che mangiavo troppo. Se solo avessi saputo cosa mi attendeva.

Quella della clinica era una minaccia che mi rivolgevano spesso, ma era come un’idea lontana. La nutrizionista mi passò diretta all’ospedale. Pesavo 43 chili allora.

La sera mi rifiutavo di mangiare, ma i miei urlavano e dicevano che mi avrebbero portata diretta all’ospedale dove mi avrebbero nutrita a forza. Mio fratello mi guardava, ed io morivo. Mi tagliavo di nuovo, ma stavolta stavo ben attenta che nessuno se ne accorgesse.

Avevo sempre freddo, congelavo. A scuola stavo sempre attaccata ai termosifoni anche durante le lezioni. Non parlavo, non uscivo, non avevo più la forza di fare nulla. Prima facevo un sacco di ginnastica per bruciare, mi facevo anche 10 km a piedi per tornare  a casa da scuola invece di prendere l’autobus. Adesso non ce la avrei fatta neanche in tre ore. Speravo solo che Jonathan mi dicesse di fermarmi, ma ovviamente lui non lo fece. A scuola passai il primo quadrimestre con la media dell’8.

A metà febbraio iniziarono a portarmi all’ospedale ogni giorni a farmi le flebo. Pesavo 42.8, e mi dissero che stavo morendo. Alla fine, fecero la richiesta per farmi entrare qui nella clinica, dove sto da due mesi e mezza ormai.

Alla minaccia del sondino ho iniziato a mangiare, perché sapevo che avrebbero potuto immettere dentro di me anche 3000 kcal al giorno senza che potessi farci nulla. Adesso non solo questione di non voler mangiare per non riprendere peso, è questione di NON MANGIARE PERCHE’ MI ANGOSCIA, MI TERRORIZZA, NON LO VOGLIO. Non lo voglio.

E la sapete una cosa? Nonostante io mi senta in colpa per non essere peggiorata abbastanza, ogni volta che qui su tumblr vedo una ragazza che ragiona come ragiono io, cerco di aiutarla. Ma non riesco ad aiutare me.

Questo post lunghissimo che nessuno leggerà è un riassunto della mia storia. Non deve piacervi o meno, sono solo le cose come stanno.

Un giorno Tumblr lo ricorderemo come un ex rifugio di ragazzi persi e senza via d’uscita, e lo racconteremo ai nostri figli come un posto bellissimo.
Adulti e genitori, quelli della difficile generazione,
Quelli che avranno ancora le cicatrici e i lobi dilatati,
La storia della loro adolescenza scritta nei tatuaggi,
E un sorriso enorme stampato sul volto, come per dire “Ce l’ho fatta”.
unabbracciochetispettinaicapelli (via unabbracciochetispettinaicapelli)
novemberschopin:

(via Untitled | Flickr - Photo Sharing!)

novemberschopin:

(via Untitled | Flickr - Photo Sharing!)

Oggi ero seduta sulla panchina della stazione, in attesa del treno. Sfogliavo all’infinito la dash di tumblr, e quando annunciarono all’altoparlante che il treno per Milano delle 18:09 aveva saltato la corsa, e avrei dovuto aspettare quello successivo, subito controllai la batteria del telefono, temendo che mi si scaricasse prima, e che quindi non avrei avuto niente per passare il tempo. La batteria al 7% fece presto ad abbandonarmi, così rimasi a fissare un punto indefinito nello spazio, il punto di connessione tra due binari di verso opposto. Dopo un pò, si sedette accanto a me una ragazza. Passarono pochi minuti in silenzio, poi lei mi chiese “cosa guardi?”
Io infastidita dalla sua domanda, che mi sembrava un “intromettersi nei miei pensieri” non le risposi subito. Poi le dissi che fissavo i binari, e pensavo che un semplice spostamento di un piccolo cardine poteva causare il totale cambiamento di destinazione di un treno. Lei annuì, e disse che anche lei spesso si trovava a riflettere nella stazione. Poi mi chiese ” non ti piace parlare di te, vero?” In quel momento mi girai verso di lei, temendo che fosse una persona che conoscevo, in realtà no. Era una semplice ragazza sconosciuta che sembrava conoscermi più di persone che mi stanno accanto tutto il giorno. Vedendo di aver catturato la mia attenzione, lei continuò “aspetti un ragazzo? Perché sei qui?” Io le dissi che non aspettavo nessuno, e senplicemente stavo tornando a casa. Così feci la stessa domanda a lei.
Lei mi rispose dicendo che c’era una persona per la quale lei era lì:
“Era un ragazzo, uno di quelli belli da togliere il fiato. Quando lei lo conobbe, rimase impressionata dal suo sorriso.”
“Era un bel sorriso?”
“No, non era uno di quei sorrisi da togliere il fiato. Ma giuro, che tu non puoi immaginare quanta allegria metteva. Lo guardavo, e pensavo che tutti i sorrisi dovessero trasmettere quelle emozioni. E poi invece scoprii che era solo il sorriso di quel ragazzo che aveva quella forte intensità, mai vista prima.”
“Come ti avvicinasti a lui?”
” Non feci niente. Non ne avrei avuto il coraggio. Non riuscivo a stargli vicino perché mi tremavano le gambe se gli passavo accanto, infatti mi ritrovavo sempre a osservarlo da lontano. Successe che un giorno, mentre era con i suoi amici, lui si accorse di quegli occhi che lo fissavano da lontano, e fece finta di niente. Quando i suoi amici se ne andarono, si avvicinò a me. Parlammo ore, lui mi parlo di sé, dei suoi amici, dei suoi genitori.
“E tu?”
“Non c’erano mai stati occhi di cui sentivo di potermi fidare di più, così gli parlai di me. E non gli dissi cose così, gli raccontai ciò che sentivo dentro, come vedevo la vita. Così lui mi disse che avrei dovuto dire più spesso ciò che pensavo ad alta voce, perché erano cose uniche. Ci cominciammo a vedere ogni giorno nello stesso posto.
Ci fu una volta in cui mi sembrò che avesse gli occhi lucidi, ma non gli dissi niente per paura che fosse solo una mia impressione. Gli parlai di me, e lui mi parlò di quanto pensasse di fare schifo, di quanto si sentisse una nullità. Diceva che non riusciva ad avere gli stessi interessi dei suoi amici, che gli sembravano così superficiali e inutili. Il giorno seguente, sembrava avere un livido sul polso sinistro, ma non glielo dissi, pensai fosse solo un ombra. Il giorno dopo ancora, si mise a piangere, mi chiese se lui facesse davvero schifo e io gli dissi di no.
Io credevo fosse bellissimo, ma non glielo dissi per timidezza. Lo abbracciai, cosi lui pianse sulla mia spalla. Lo strinsi più forte.
Un altro giorno, mi accorsi che portava la sua solita felpa larga colore arancio troppo frequentemente, nonostante la primavera fosse vicina e insieme a lei le calde temperature. Il Giorno dopo ancora, lui mi disse che il giorno seguente non ci saremmo visti. Rimasi stupita per un po, e stetti male tutta la serata.”
“E poi?”
“E poi successe che era il primo giorno di primavera. Solitamente i fiori in città mi mettevano allegria, quell’aria che non era più fredda ma sembrava accarezzarti la pelle mi aveva sempre messo serenità. Ma quella volta i fiori non mi facevano stare bene, l’aria calda sembrava soffocarmi. Quando arrivai a scuola, notai che i ragazzi erano più tristi, non avevano quella solita allegria tipica dei giovani. Le ragazze parlottavano tra loro, ma stranamente avevano le voci basse, rauche. Presi la mia amica da parte e le chiesi cosa fosse successo. Mi disse che era morto un ragazzo, si era suicidato. Ma non era riuscita a capire bene il suo nome. “
“E tu cosa facesti? “
“Quel giorno saltai scuola. Passai tutta la giornata vicino all’albero in cui ci incontravamo di solito, seduta sulle radici.
“E lui?”
“E lui? Di lui ho sempre parlato al l’imperfetto, se hai notato. Lui? Il mio angelo è volato via il primo giorno di primavera, e io non avevo trovato il coraggio di dirglielo, mai. Ma ora glielo dico, era bellissimo. Eri bellissimo, piccolo mio.”
E la ragazza fissò il cielo, e quando arrivò il treno per la zona centrale della città, dove stava quel parco dal grande albero, lei lo prese, il treno partì e lei sorrise, felice della destinazione, anche se sapeva che non ci sarebbe stato nessuno ad aspettarla, questa volta. E mi ripeté ancora una volta mentre andava via, che era bellissimo lui, e scemo quant’era non se n’era accorto. Forse però, se ogni giorno lei andava allo stesso posto in cui si vedevano, e glielo urlava verso il cielo, forse prima o poi lui ci avrebbe creduto.

Gliocchituoiparlano (via gliocchituoiparlano)

Piango

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è bellissima

(via aspettandolacarrozza)

Esiste cosa più bella?

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Mi ha messo i brividi..

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Da brividi.

(via resta-qui-non-lasciarmi)

mi sentite piangere?

( via odoredipoesia)

sarà perché in questi giorni piango per tutto, ma sono in lacrime.

(via yourfaceisallthatisee)

Le lacrime.

(via me-stessa-felice)

Stupendo.

(via come-antidoto-alla-tristezza)

Piango ogni volta che lo leggo porca miseria.

(via i-need-hug-now)

Avrò rebloggato questo racconto una decina di volte in due giorni. È la perfezione

(via oltre-i-limiti)

Sto piangendo

(via miriaamk98)

Giuro, lo rebloggeró all’infinito. ..♥

(via persanelluraganodeituoiocchi)

Brividi.

(via sorrisi-finti)

:’(

(via tiamoenonlovuoicapireimissyou)

Rebloggo all’infinito…brividi.

(via sono-un-peso-per-me-stessa)

Brividi e lacrime.

(via she-drowns-in-a-sea-of-memories)

Via via che scorrevo giù mi veniva sempre più da piangere e alla fine sono scoppiata in lacrime.

(via laragazzabagnatadallapioggia)

Brividi. Già. Lo rebloggo, sempre.

(via atelofobia-nonsonoabbastanza)

L’avrò già rebloggata un paio di volte, lo so. Ma il reblog a vita è la mia parola e io non mento.

(via persanelluraganodeituoiocchi)

bello da far venire i brividi

(via laragazza-anonima)

Reblog tutte le volte che compare nella mia dash. È la meraviglia!!

(via punto-di-fuga)

È stupendo, piango.

(via tuseilamialuce)

È bellissima …♡

(via laragazzadagliocchiazzurocielo)

Ancora tu, aw

bornlittlemonster:

-

bornlittlemonster:

-

Ti daranno la possibilità di scegliere tra affondare e galleggiare. E tu, scegli di volare.

Gliocchituoiparlano (via gliocchituoiparlano)

Amo questa frase.

(via e-quel-sorriso-messo-come-scudo)

Oddio mio

(via nonfermiamoci)

La rebloggo sempre. È più forte di me.

(via sorrisichechiedonoaiuto)

Forever Reblog.

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~

(via walkingdisaster-wd)

Bellissima frase!

(via laragazzachenonsorrideva)

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